14.04.2026 |
Aggressività / Violenza
L’anniversario” di Andrea Bajani: la violenza domestica vista attraverso gli occhi di un figlio
L’ultimo libro di Andrea Bajani, “L’anniversario” (2025), completa e approfondisce il percorso narrativo e di autoanalisi già iniziato nel romanzo autobiografico “Il libro delle case” (2021): il racconto della sua esperienza di bambino, adolescente e giovane uomo, vissuta in una situazione di violenza domestica. Ne “Il libro delle case” il testo si snoda attraverso la descrizione, apparentemente distante e oggettiva, delle case in cui l’autore ha vissuto: è solo verso la fine che ne cogliamo il filo conduttore, la violenza del padre nei confronti della moglie e dei figli. Ne “L’anniversario”, la violenza è esplicitata, così come le reazioni dell’autore; al centro della narrazione è tuttavia la figura della madre, che resta enigmatica nonostante lo sforzo, concentrato e doloroso, di comprensione da parte del figlio.
“L’anniversario” ha vinto il premio Strega 2025; entrambi i romanzi coinvolgono la lettrice o il lettore ed è difficile posarli prima di aver letto l’ultima pagina. Ma, al di là della loro qualità letteraria, che è elevata, questi testi possono contribuire alla nostra comprensione della violenza domestica partendo da un punto di vista inusuale, quello di un figlio maschio diventato adulto.
La storia che Bajani ci racconta è quella di un universo familiare concentrazionario, un inferno come lo definisce l’autore, in cui il padre tiene sotto controllo moglie e figli in un clima di costante minaccia e di terrore; le violenze fisiche sono occasionali, non frequenti e non necessariamente gravi. Questa è probabilmente la situazione più tipica di violenza domestica: delle azioni volte alla dominazione e al controllo dei familiari, attraverso l’isolamento, il controllo delle comunicazioni, lo svilimento e le denigrazioni, le minacce, le manifestazioni di collera, la manipolazione della realtà, l’imposizione dei propri bisogni come centrali e imprescindibili… si tratta insomma di un insieme di comportamenti che, nel loro insieme e nel tempo, formano una rete da cui è molto difficile liberarsi. E infatti la madre non si libererà mai e il figlio lo farà tardivamente e con grande sofferenza. Un esempio, straordinario nella sua “banalità” è la descrizione del ruolo del telefono, che il padre accettata tardivamente di installare in casa e che controlla strettamente, e che per il figlio e la figlia riesce a diventare, sia pure con molti sotterfugi, “ossigeno infiltrato nella tenuta stagna della casa” (p. 54).
Il racconto mostra come i danni della violenza, oltre a colpire individualmente le persone coinvolte, danneggino pesantemente anche le relazioni tra loro: la madre che apparentemente non riesce né ad avere un contatto profondo con i figli né a proteggerli; fratello e sorella che appaiono distanti, forse ostili, la ragazza che tende ad opporsi frontalmente al padre, mentre il ragazzo cerca di ammansirlo, di sminare le situazioni, e per questo la sorella l’accusa di prostituirsi.
Per chi lavora con la salute mentale -psicologi, psichiatri, psicoterapeuti- è inoltre molto importante la descrizione delle varie forme di sofferenza psicologica manifestate dall’autore. Benché la letteratura scientifica e di ricerca abbia evidenziato l’impatto devastante della violenza domestica, fino a manifestazioni di tipo psicotico, su figli e figlie, più rare sono le testimonianze di prima mano di ragazzi o uomini, solitamente più reticenti a rivelare vissuti che potrebbero essere visti come forme di debolezza. Bajani ricorda che a tavola, quando il padre gli parlava, si strappava con le dita ciuffi di barba “aprendomi dei crateri sulla faccia” (p. 117), un comportamento che “distraeva l’angoscia, se così si può dire, spostava il dolore sulla cute …quello era sufficiente”. Ricorda anche la sofferenza di riprendere i contatti -a Natale, Pasqua, per un compleanno, una visita o una telefonata – quando ormai viveva da solo: “i crampi all’intestino cinque giorni a settimana, la tachicardia lungo la strada verso la provincia, la bottiglia di grappa accanto al telefono di casa …” (p. 116) e poi, il tremito alle mani, le dita bianche di paura, gli incubi notturni, quotidiani. Andrea Bajani si salverà, così sembra, tagliando i ponti con entrambi i genitori, con l’aiuto di una compagna, di amiche e amici, di una spece di famiglia sostitutiva (il pizzaiolo, la panettiera), e di una straordinaria psicoterapeuta sui generis. Per quali motivi, attraverso quali percorsi, un ragazzo, un uomo, diventa un marito e un padre violento? E una domanda che si pone chiunque si avvicini alla questione della violenza intrafamiliare sulle donne e sui minori: le risposte tendono a polarizzarsi, tra chi invoca dei fattori a livello individuale – che si tratti di una storia familiare o di una disposizione genetica- e chi ne attribuisce la responsabilità a strutture sociali che l’hanno, nei secoli, legittimata o addirittura incoraggiata. Bajani coglie invece l’articolazione necessaria tra i due livelli -personale e sociale- e l’esplicita con un testo folgorante per acutezza e capacità di sintesi: “Una costellazione di accessi d’ira, l’evidenza di una disperazione, di un quadro psichico complesso, e di un retaggio fascista negato ma sostanziale nei comportamenti (p.77)”. E ancora: “Questa sua gestione era la conseguenza di un disturbo tanto profondo quanto non diagnostico e rispondeva quindi a una logica allucinata che si saldava alla consuetudine patriarcale moltiplicandone gli effetti…il senso di minaccia era la costante della nostra vita quotidiana” (p.82).
Se lo sguardo analitico dell’autore riesce a darci delle chiavi di lettura del comportamento paterno, lo stesso sguardo si rivela incapace di comprendere la figura della madre: che agli occhi del figlio appare come una donna che sembra essersi annullata nel rapporto di coppia, senza però lasciar trapelare né amore né sollecitudine nei riguardi del compagno. Nulla, nelle pagine che la descrivono, può essere letto come una forma di co-dipendenza. La sua storia personale e sociale dà invece qualche spunto per capire: figlia di una donna cresciuta in orfanotrofio, che forse le aveva insegnato la cautela e la modestia delle ambizioni, in una famiglia piccolo borghese di cultura cattolica; la decisione di fare il liceo e poi di iscriversi all’università, segno di un’apertura verso una mobilità sociale ascendente che forse le aveva fatto paura (vedi il disagio psichico dei “transclasse” studiato dai sociologi francesi); la relazione con un ragazzo la cui storia era invece di mobilità sociale rovinosamente discendente, che andava male a scuola e non avrebbe proseguito gli studi; l’abbandono dell’università e poi la rinuncia a lottare per mantenere un lavoro fuori casa, benché fosse all’origine di una sua rara manifestazione di vitalità. Ma questi sono solo spunti per cercare di comprendere: la madre di Bajani resta un enigma, per lui e per le sue lettrici e lettori. Concludiamo con le sue parole sofferte “lui voleva che lei fosse niente per potere, lui, essere qualcosa, e lei voleva essere niente perché essere niente era almeno qualcosa” (p. 57).
Nascondi i commenti degli utenti
Mostra i commenti degli utenti
Autore/i dell'articolo
Blog Kategorien
- Aggressività (14)
- Benessere (2)
- Complottismo (1)
- Covid-19 (16)
- Deumanizzazione (7)
- Disuguaglianza (10)
- Identità (19)
- Omofobia (3)
- pandemia (16)
- Perdono (1)
- Pride (2)
- Psicoterapia (1)
- Salute mentale (2)
- Sincronia (2)
- Violenza (5)
Post popolari del blog
Nuvola di keyword
agency cambiamento sociale cognizione cognizione sociale contatto intergruppi deumanizzazione editoriale infraumanizzazione Mindfulness pregiudizio relazioni interpersonali sessualizzazioneNewsletter
Keep me updated about new In-Mind articles, blog entries and more.

