Sbagliando si impara? Quasi sempre! Fattori psicologici e sociali che influenzano l’apprendimento dall’errore

Il tema dell’apprendimento dall’errore è oggetto di numerosi studi che cercano di comprendere se e come sia possibile apprendere dopo aver commesso un errore. In letteratura esiste un interessante dibattito sul tema tra studi che supportano l’idea che gli errori siano dei trampolini di lancio per l’apprendimento (Bray & Santagata, 2014) e studi che mettono in dubbio questo assunto (ad esempio, Eskreis-Winkler & Fishbach, 2022). Il primo filone di ricerca, che prende origine dalle teorie cognitiviste e socio-costruttiviste (Gelman, 1994; Pritchard, 2017), interpreta l’errore come un elemento da integrare nel processo di costruzione delle conoscenze. Il presupposto di base è che commettere errori è una parte inevitabile e fondante del processo di apprendimento poiché l’errore permette di rivedere, integrare e correggere informazioni sbagliate o schemi mentali erronei, contribuendo ad aumentare e migliorare conoscenze e competenze. Altre ricerche, invece, pongono l’accento sulle conseguenze psicologiche negative che commettere errori può provocare. Ad esempio, un recente studio sperimentale ha mostrato che sbagliare durante un compito di apprendimento aumenta il senso di minaccia in chi commette errori, provocando emozioni negative e un abbassamento della motivazione che potrebbero, conseguentemente, inficiare l’apprendimento (Eskreis-Winkler & Fishbach, 2022). Allargando maggiormente il focus, alcuni studi hanno sottolineato che l’errore può avere una connotazione sociale negativa (Billett, 2012). Tale connotazione può essere anche causata dall’influenza, nei sistemi scolastici, dei valori neoliberali che caratterizzano le società occidentali, come la competizione, la selezione di chi è migliore a scuola e l’attenzione alla performance (Butera et al., 2024). In questa prospettiva, l’errore rischia di essere considerato soltanto come un segnale di fallimento piuttosto che il fondamento di nuovi apprendimenti.
Ma quindi sbagliando si impara oppure no? Considerando le diverse evidenze in letteratura, sì, sbagliando si può imparare, ma solo in certe circostanze. A tal proposito, lo scopo di questo contributo è quello di fornire una panoramica sui processi cognitivi ed emotivi e sulle caratteristiche del contesto di apprendimento che supportano l’apprendimento dall’errore. In questo contributo, quando parliamo di apprendimento dall’errore ci riferiamo all’errore commesso da studenti e studentesse in aula, durante le consuete lezioni di scuola e l’ambiente di apprendimento a cui facciamo riferimento è la classe, caratterizzata da dinamiche relazionali e influenze culturali e sociali. L’esempio di una situazione che tutte e tutti noi abbiamo vissuto può aiutarci a contestualizzare al meglio il tema. Siamo a scuola, in classe, con i nostri compagni e le nostre compagne e la professoressa di storia sta spiegando il nuovo argomento. Inaspettatamente ci chiama e ci fa una domanda su un dettaglio studiato in riferimento all’argomento precedente. Mentre alcuni compagni stanno già alzando la mano per fornire la risposta, cerchiamo nella memoria quell’informazione, e sì, eccola! Abbiamo trovato la risposta giusta e ci affrettiamo a rispondere alla professoressa, prima che chieda a qualcun altro. Rispondiamo a gran voce e… “No, non è questa la risposta corretta! Chi vuole rispondere al suo posto?”. Abbiamo sbagliato!
Come reagiamo a questo errore? Ci vergogniamo o piuttosto siamo curiose/i di scoprire la risposta corretta? E l’insegnante come potrebbe aiutarci a capire perché abbiamo sbagliato? Nel corso dei prossimi paragrafi saranno descritti dapprima i processi cognitivi ed emotivi che determinano le reazioni individuali all’errore e successivamente le caratteristiche contestuali che favoriscono l’apprendimento dall’errore.
 

Apprendere dall’errore: un insieme di processi psicologici di autoregolazione

 
Un recente modello teorico proposto da Tulis e colleghi (2016) integra diverse teorie sull’apprendimento autoregolato, come i modelli di Boekaerts (1999), Pintrich (2004) e Zimmerman (2000), e la teoria dell’attivazione emotiva proposta da Lazarus (1991) per fornire una panoramica sui processi cognitivi ed emotivi che possono supportare l’apprendimento dall’errore. Per presentare il modello in modo chiaro, torniamo all’esempio descritto nell’introduzione. Quando riceviamo la risposta dall’insegnante, una prima reazione emotiva generale (emotional appraisal) si attiva e ci permette di capire che la nostra risposta alla domanda non era quella attesa. Immediatamente dopo questa prima attivazione emotiva, la veloce interpretazione di quello che è successo porta a una seconda attivazione emotiva molto più specifica. Potremmo essere curiose/i di conoscere la risposta corretta (emozione positiva) o, al contrario, potremmo avere paura di quello che l’insegnante penserà di noi (emozione negativa). In base al tipo di emozione complessa che proviamo, la nostra motivazione sarà più o meno alta: le emozioni positive ci aiutano a mantenere un’alta motivazione (“Sono motivata/o a comprendere l’errore”), quelle negative la potrebbero abbassare (“Non ho più voglia di ascoltare la lezione”; Pekrun, 2024). In letteratura scientifica, il concatenarsi di emozioni e regolazioni motivazionali dopo l’errore è definito reazioni affettivo-motivazionali all’errore (Dresel et al., 2013). Come visto queste reazioni possono essere adattive (se le emozioni sono positive e la motivazione è alta) o disadattive (se le emozioni sono negative e la motivazione è bassa).
A seguito del tipo di reazioni affettivo-motivazionali all’errore, i processi cognitivi e metacognitivi attivati saranno diversi.

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