Il potere della gentilezza: immagine corporea, compassion e salute nel postpartum
Dalla cultura dell’apparenza a quella dell’essere
Il corpo delle donne racconta molte storie: di crescita, di forza, di vulnerabilità, di trasformazione. È un corpo che cambia, che accoglie, che guarisce; un corpo che vive continuamente nel dialogo tra ciò che sente e ciò che la società propone in termini di standard di apparenza. Nell’attuale contesto socio-culturale, il corpo è spesso oggetto di valutazione. Secondo il Modello Tripartito di Influenza sull’immagine corporea (Keery et al., 2004; Thompson et al., 1999; si veda il glossario) i canoni di bellezza trasmessi e rinforzati dalla famiglia, dai pari, dai media e dai social network pongono l’attenzione su come apparire, più che sull’essere, contribuendo all’insorgenza di elevati livelli di insoddisfazione corporea. Così, il valore personale rischia di essere misurato in centimetri, numeri, like o confronti sociali, anziché in relazione alla qualità del proprio benessere. Questo processo può essere compreso alla luce della teoria dell’oggettivazione (Fredrickson & Roberts, 1997; si veda il glossario), secondo cui il corpo, costantemente esposto allo sguardo e alla valutazione altrui, tende a essere percepito e trattato come un oggetto da osservare e giudicare. Con il tempo, esperienze ripetute di oggettivazione possono favorire l’auto-oggettivazione, ovvero l’interiorizzazione dello sguardo di un osservatore esterno (si veda il glossario): le persone imparano a valutarsi “da fuori”, monitorando il proprio aspetto e definendo il proprio valore personale in base a criteri estetici o sociali (Baldisarri et al., 2019; Feltman & Szymanski, 2018; Moradi & Huang, 2008). Un esempio comune nel postpartum è il momento in cui una neomamma si guarda allo specchio e, invece di chiedersi come si sente dopo il parto, si domanda se appare “in forma” o “presentabile”. In questi casi, lo sguardo interiore assume la prospettiva di un osservatore esterno, spostando l’attenzione dal vissuto al giudizio. Per molte donne, questa dinamica contribuisce allo sviluppo di un’identità centrata prevalentemente sull’apparenza fisica, in cui il corpo diventa una dimensione attraverso cui essere riconosciute o giudicate (Fredrickson & Roberts, 1997; Sinclair & Myers, 2004). Tale fenomeno attraversa l’intero ciclo di vita, ma può manifestarsi in modo particolarmente evidente nel postpartum, quando il corpo cambia in maniera radicale e visibile. Le pressioni sociali a “tornare come prima” – alimentate dalla cosiddetta cultura del bounce back (si veda il glossario), ossia della “ripresa” – promuovono l’idea che la rapidità nel perdere peso e nel recuperare il controllo sul proprio corpo rappresenti un indice di successo e autodisciplina durante la maternità (Lee et al., 2024). Queste narrazioni contribuiscono a rafforzare l’attenzione sull’apparenza esteriore, oscurando l’esperienza corporea reale e i bisogni di cura, adattamento e connessione che caratterizzano questo periodo. In tale contesto, coltivare abilità socio-emotive, come la compassion (si veda il glossario), e sviluppare un’immagine corporea positiva (si veda il glossario) possono aprire a uno sguardo nuovo sul proprio sé: non più un corpo da giudicare o condannare, ma un compagno di viaggio da ascoltare, con cui poter costruire un rapporto di cura e gentilezza.
I tre flussi della compassion: un equilibrio tra sé e gli altri
Il concetto di compassion affonda le sue radici in antiche tradizioni religiose e filosofiche, dove è stato interpretato come espressione di altruismo, empatia e impegno verso la sofferenza altrui. Nel cristianesimo emerge, ad esempio, nei racconti di cura e sacrificio come la parabola del buon samaritano, mentre nel buddhismo si manifesta nel principio di Bodhichitta, ossia nel desiderio che tutti gli esseri senzienti – sé compresi – siano liberi dalla sofferenza (Jinpa, 2015; Ricard, 2015). In una prospettiva psicologica, la compassion è considerata un processo multidimensionale che coinvolge aspetti cognitivi, emotivi e motivazionali: include la consapevolezza della sofferenza, la sensibilità verso di essa, il desiderio di ridurla e la disponibilità ad agire (Jinpa, 2015; Strauss et al., 2016). Essa implica inoltre il riconoscimento che la sofferenza è una condizione comune all’esperienza umana e la capacità di tollerare le emozioni spiacevoli che ne derivano. Dal punto di vista evoluzionistico, la compassion può essere intesa come un sistema motivazionale orientato alla cura e alla connessione sociale nonché una strategia adattiva radicata nei sistemi di cura e cooperazione: prendersi cura degli altri favorisce la sopravvivenza e la coesione del gruppo (Gilbert, 2014). Nella specie umana, questo sistema si è evoluto in un complesso insieme di abilità sociali che consentono di percepire la sofferenza e di trasformare la sintonizzazione empatica in un comportamento di aiuto (Gilbert et al., 2017; Mikulincer & Shaver, 2016). Secondo Paul Gilbert e colleghi (2017), la compassion è caratterizzata da tre flussi relativamente interdipendenti: (a) self-compassion, ovvero la capacità di rivolgere a sé stessi comprensione e gentilezza di fronte agli errori, alle difficoltà, ai momenti di fragilità e ai propri difetti o sentimenti di inadeguatezza percepita; (b) compassion to others, cioè la disponibilità ad aprirsi alla sofferenza altrui e ad agire per alleviarla, sostenendo relazioni basate su empatia e cooperazione; (c) compassion from others, la capacità di accogliere la compassion proveniente dagli altri, lasciandosi sostenere senza percepirsi inadeguati o dipendenti.
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