Salvarsi anche dall'infodemia

Stamattina, come sto facendo da un po’ di tempo, ho fatto la mia lezione virtuale di Psicologia sociale per gli studenti del primo anno di Scienze della Comunicazione. Spiegavo il modello euristico-sistematico (Chaiken 1980) che suggerisce che in un mondo denso di informazioni, molte più di quante ciascuno di noi possa prendere in considerazione, in alcune condizioni attiviamo delle scorciatoie di pensiero, le cosiddette euristiche. E facevo l’esempio che si fa spesso: di fronte ad un messaggio su un tema complesso, per il quale non ho competenze, posso applicare l’euristica che si basa sulle caratteristiche della fonte: “se è esperta avrà ragione”. 

Ripetere questa lezione mi ha fatto pensare a quanto questa euristica ci possa aiutare a sbrogliare la matassa in questo periodo in cui la complessità e la densità delle informazioni sono aumentate ulteriormente: qualcuno l’ha definita infodemia.

L’emergenza ci fa vivere in uno stato d’animo di profonda incertezza. Non possiamo fare affidamento ad esperienze pregresse perché nessuno ricorda niente di simile nella propria esistenza. Alcuni (io compresa) sono tornati alla rilettura de La peste di Camus o del racconto di Poe La maschera della morte rossa, ma non si ricavano indicazioni utili al di là del conforto della buona letteratura. 

Il nostro bisogno di ridurre l’incertezza e rendere l’ambiente che ci circonda minimamente prevedibile, almeno al punto da consentirci di orientare comportamenti sensati, si è acuito proprio per la mancanza di ogni appiglio di famigliarità in cui ci troviamo. Quindi succede a molti di sentire il bisogno di leggere ogni articolo, vedere ogni tg, ascoltare le conferenze stampa quotidiane in diretta, esporsi ad ogni talk show in cui di questo si discute, leggere tutti i post sui social di chiunque parli dell’emergenza, proprio per rafforzare il proprio senso di intellegibilità, controllo, efficacia. Il primo rischio in cui incorriamo in questo modo è quello di percepire informazioni contrastanti, ipotesi e interpretazioni a volte fantasiose, “sentito dire”, notizie su ricerche nuovissime che danno risultati eclatanti, notizie di seconda, terza, quarta mano e relative distorsioni.

La maggior parte di noi, benché così motivato a capire, non ha le competenze per entrare nel merito dell’efficacia delle misure, della plausibilità delle informazioni, della validità delle esortazioni. Le stesse ricerche scientifiche in ambito medico richiedono molto tempo per dare risultati consolidati e affidabili. 

Allora è proprio in queste condizioni che affidarsi alla euristica dell’esperto si rivela una strategia di riduzione della complessità particolarmente funzionale e adattiva. Ma perché lo sia dobbiamo almeno essere in grado di riconoscere gli “esperti”.

Chi sono gli esperti di cui ci si può fidare? Una conoscenza solida e certa in questo ambito specifico non ce l’ha ancora nessuno, ma i virologi, i ricercatori in questo ambito, e le istituzioni che si assumono la responsabilità politica di prendere decisioni sulla base di comitati tecnico-scientifici sono oggi i maggiori esperti che abbiamo a disposizione. 

L’unica strategia allora per uscire dalla “cacofonia” dell’ambiente informativo in cui siamo immersi è quella di fidarci delle fonte ufficiali, senza cedere alla tentazione di intravedere dietro il velo di una situazione apparentemente incomprensibile, una trama da romanzo noir. 

 

Chaiken, S. (1980). Heuristic versus systematic information processing and the use of source versus message cues in persuasion. Journal of Personality and Social Psychology, 39(5), 752.

 

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