18.02.2026 |
Complottismo
Il complotto contro l’America di Philiph Roth, una lettura attuale
Insieme con la trilogia americana - composta da “Pastorale americana”, “Ho sposato un comunista”, “La macchia umana”- “Il complotto contro l’America”, pubblicato nel 2004, è uno del libri di Philiph Roth che più continuano ad appassionarmi fin dalla prima lettura. Sono infatti una storica lettrice di Roth, per lo meno del suo periodo “impegnato”, quando si è dedicato a raccontare vicende e vissuti di personaggi che appaiono allo stesso tempo ordinari ed esemplari, con vite non esenti da aspetti tragici, nei quali tuttavia è facile immedesimarsi.
La storia narrata nel romanzo si apre nel 1940, quando Charles Lindbergh, eroe nazionale dopo aver compiuto nel 1927 la prima trasvolata dell’Atlantico, viene candidato dal partito repubblicano alle presidenziali statunitensi e batte inaspettatamente il presidente in carica, Franklin D. Roosevelt, grazie alla sua promessa di mantenere gli Stati Uniti fuori dalla guerra scoppiata in Europa. Lindbergh è un isolazionista, un antisemita, un simpatizzante della Germania nazista. Il suo arrivo alla presidenza segna per la comunità ebraica e per i Roth, protagonisti del libro, l’inizio di un incubo impensabile fino a quel momento. Il motivo risiede nel fatto che la famiglia Roth, residente a Newark, New Jersey, composta dal padre Herman, assicuratore, dalla madre Bess, casalinga, e dai due figli, Sandy e Philiph, di dodici e sette anni, è ebrea, vive in un quartiere abitato da ebrei, manda i figli in scuole ebraiche, frequenta la sinagoga locale, senza che questa loro identità religiosa sia mai entrata in conflitto con l’altra identità, quella nazionale, indossata con orgoglio. Le cose però cambiano in breve tempo. La gente comincia a osservarli con sospetto. L’unità della famiglia fino a quel momento serena si incrina, soprattutto quando Sandy, il figlio primogenito, dopo un’estate trascorsa in un ranch del Kentucky su proposta del neocostituito Ufficio per l’Assimilazione Americana che si è dato lo scopo di forgiare l’identità americana dei ragazzi ebrei, si trasforma in un seguace di Lindberg, comincia a disprezzare il mondo in cui è cresciuto e si mostra indifferente di fronte al progressivo imbarbarimento sociale e alla crescente ostilità verso gli ebrei.
Il romanzo racconta la deriva autoritaria e razzista della società americana, grazie alla straordinaria capacità di Roth di ricreare ambienti e atmosfere, dipingendo con assoluta precisione i passaggi storici, culturali, morali, che innescano la sfiducia tra i cittadini, diffondono il pregiudizio e conducono via via alla disgregazione della comunità. Le osservazioni di Roth contengono molti elementi che gli psicologi sociali hanno descritto a livello teorico e indagato a livello empirico: il dilagare di stereotipi antisemiti; l’affacciarsi sul palcoscenico sociale di personalità autoritarie, che prendono sempre più voce fino a guidare il senso comune; il ruolo crescente di emozioni negative, sapientemente istillate da media e politici, come paura, rabbia, disprezzo; il timore del diverso; la ricerca di capri espiatori; il progressivo sfaldarsi della fiducia a livello interpersonale e intergruppi, con la conseguente tentazione di affidarsi a leader autoritari.
Il romanzo di Roth mi ha fatto venire in mente lo storico saggio di William Allen “Come si diventa nazisti. Storia di una piccola città 1930-1935” (edizione originale 1965, pubblicato in Italia da Einaudi), sulla disgregazione del tessuto democratico e l’ascesa del nazismo nel microcosmo di una cittadina sassone, Northeim. I due testi sono ovviamente diversi perché rispondenti a due diversi registri di scrittura, saggistico l’uno, narrativo l’altro; sottolineano però entrambi la centralità degli aspetti di percezione sociale nell’accettazione e nella diffusione dei sentimenti totalitari. Presentati, però, nel libro di Roth con un’irripetibile maestria di scrittura.
“Il complotto contro l’America” è un romanzo ucronico, che risuona quanto mai attuale ai nostri giorni, nei quali la società statunitense, e non solo, sta imboccando un percorso antidemocratico e illiberale. Se sostituiamo la persecuzione contro gli ebrei, descritta nel romanzo, con l’odierna persecuzione contro i migranti e contro coloro che esprimono dissenso rispetto al clima dominante, le pagine di Philiph Roth sembrano descrivere quanto sta succedendo intorno a noi. Come sappiamo e come tanti studi dimostrano, il virus dell’intolleranza è contagioso. E se pensiamo che ci sia qualcosa di vero nel detto inglese secondo il quale “quando l’America starnutisce, noi prendiamo il raffreddore”, ecco che il romanzo di Roth parla di noi, del nostro presente, di quanto può succedere, o sta già succedendo, anche nella “civile” Europa, la cui aspirazione principale sembra essere divenuta il cieco e gretto rafforzamento dei confini allo scopo di tener fuori i poveri e i senza diritti.
Era da tempo, per lo meno dalla seconda elezione di Trump, che avevo pensato di suggerire la lettura o la rilettura di questo grande romanzo. La spinta decisiva mi è stata fornita da una notizia comparsa qualche tempo fa sui media, secondo la quale i romanzi di Roth sono spariti dalle librerie, e non è quindi più possibile acquistarli, per effetto del passaggio del catalogo dell’autore americano dalla casa editrice Einaudi alla casa editrice Adelphi, che ha deciso di ritradurre la maggior parte dei testi, per cui dovremo attendere anni prima di rivederli in libreria. Il passaggio dei diritti da un editore all’altro ha comportato il vincolo contrattuale di ritirare le copie ancora esistenti dal mercato, vincolo espressamente richiesto dai nuovi proprietari del copyright con una prassi inconsueta, dato che vigeva l’uso di lasciare in vendita nelle librerie le copie esistenti fino alla comparsa delle nuove traduzioni. Oggi quindi l’unica possibilità per chi non possegga i testi di Roth è rivolgersi al mercato dell’usato, all’interno del quale i prezzi stanno ovviamente lievitando, o alle biblioteche. Il mio suggerimento è di ricorrere a tali canali per leggere questo romanzo straordinario e di boicottare, almeno per un congruo periodo di tempo, la casa editrice Adelphi per questa pratica di arrogante prepotenza. Io ho già cominciato a farlo, perché non poter regalare un testo di Roth mi pare un segno triste di quel capitalismo predatorio che sta penetrando anche nel settore culturale, indirizzando e limitando le nostre scelte, trattandoci da consumatori passivi da cui ci si aspetta acquiescenza e non da cittadini lettori che esigono rispetto.
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