01.04.2026 |
Benessere / Salute mentale
Eventi di vita avversi in età giovanile e rischio di demenza
Come già descritto in precedenti contributi su In-Mind (Di Rosa 2020a; 2020b) la demenza non è un’inevitabile conseguenza dell’invecchiamento, e non è solamente legata a fattori di rischio non modificabili, come ad esempio la genetica. Sempre più ricerche scientifiche evidenziano infatti il ruolo cruciale di fattori modificabili, ovvero legati prevalentemente a stili di vita e condizioni cliniche curabili. Nel dettaglio, nell’ultimo lavoro della commissione Lancet (Livingston et al., 2024) tra i 14 fattori di rischio modificabili identificati vi sono l’inattività fisica (Montani, 2020), la depressione (Di Rosa, 2023), e una bassa scolarità, che in questo lavoro risulta l’unico fattore associato ai primi anni di vita. Tuttavia, evidenze scientifiche recenti suggeriscono la presenza di altri potenziali fattori di rischio per lo sviluppo di demenza associabili a infanzia e adolescenza, tra cui gli eventi di vita avversi. Per eventi avversi si intendono le esperienze negative vissute che possono avere un impatto significativo sul benessere e sulla salute della persona. Tra queste rientrano diverse forme di abuso fisico o psicologico, l’aver assistito a episodi di violenza all’interno della famiglia o nella propria comunità, e la presenza in famiglia di suicidi o tentativi di suicidio. Sono considerati eventi avversi anche la convivenza con familiari con problemi di uso di sostanze, come alcol o droghe, o con disturbi di salute mentale, così come situazioni di instabilità familiare, ad esempio dovute alla separazione dei genitori o alla detenzione di un membro della famiglia. Rientrano inoltre anche le condizioni di forte difficoltà economica e sociale, come non avere accesso a cibo sufficiente, e vivere in condizioni abitative precarie o instabili. Secondo gli studi, l’aver esperito questi eventi prima dei 18 anni aumenterebbe il rischio, in età adulta, di sviluppare una patologia che comporti demenza (Luo et al., 2023; Künzi et al., 2023) Si tratta senza dubbio di un legame complesso da comprendere, soprattutto perché ad oggi la maggior parte delle evidenze sono di tipo retrospettivo, cioè basate sull’analisi della storia clinica e personale di persone adulte con declino cognitivo, le quali molto frequentemente riportano la presenza di eventi avversi in età infantile (Abouelmagd et al., 2025). Tuttavia, studi preliminari condotti su modelli animali e persone (Huang et al., 2023) indicano come questo legame possa effettivamente essere giustificato da processi biologici ben precisi. Nel dettaglio, è stato dimostrato che, in casi di stress cronico e prolungato, l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene può andare incontro ad un malfunzionamento, il quale porterebbe a un persistente innalzamento dei livelli di cortisolo, il cosiddetto ormone dello stress, la cui neurotossicità può interferire con il funzionamento cerebrale sia a breve che a lungo termine (Mudalige et al., 2025; Stuart & Padgett, 2020; Palpatzis et al., 2024). In particolare, le aree cerebrali più suscettibili alla neurotossicità indotta dal cortisolo sarebbero l’ippocampo e le regioni prefrontali della corteccia cerebrale, ovvero regioni critiche per la memoria e per la regolazione delle funzioni cognitive ed affettive. In altre parole, l’esposizione a stress cronico nei primi anni di vita avrebbe un effetto diretto sullo sviluppo cerebrale, interferendo con i normali processi di neurogenesi, cioè di crescita neuronale, potenzialmente esponendo il cervello ad una maggiore vulnerabilità nel lungo termine (Pechtel & Pizzagalli, 2011). Inoltre, vivere eventi di vita avversi nei primi anni di vita può interferire sull’attività neurale e sullo sviluppo cerebrale anche in maniera indiretta (Abouelmagd et al., 2025; Huang et al., 2023; Künzi et al., 2024; Luo et al., 2023; Stuart & Padgett, 2020; Palpatzis et al., 2024; Pechtel & Pizzagalli, 2011). In primo luogo, bambini/e e adolescenti esposti ad eventi avversi hanno più probabilità di sviluppare disturbi mentali, tra cui depressione, essa stessa un fattore di rischio modificabile per la demenza (Brain et al., 2025). Inoltre, persone che vivono eventi avversi hanno da un lato più probabilità di mettere in atto comportamenti rischiosi per la salute, come consumo di alcol e fumo, e, dall’altro, meno probabilità di essere coinvolti in esperienze cognitivamente stimolanti, come ad esempio attività culturali e del tempo libero (Künzi et al., 2024). In sintesi, quello che emerge è un legame sia diretto sia indiretto tra le esperienze di vita vissute in età infantile e giovanile, e la salute cerebrale in età adulta e senile. Sebbene questo legame sia ancora oggetto di indagine scientifica, le evidenze fino ad ora raccolte sono coerenti con la considerazione della demenza come l’esito di un processo patologico che non riguarda solamente l’età senile, ma che al contrario è legato anche a ciò che accade nelle fasi di vita precedenti. Sarà importantissimo quindi proseguire con le indagini in questo ambito di ricerca, al fine di individuare non solo i meccanismi alla base del legame tra eventi avversi e demenza, ma soprattutto nuove ed efficaci misure di mitigazione del rischio, nonché di prevenzione.
Bibliografia
Di Rosa E. (2020a). Invecchiare in salute: dai fattori di rischio ai fattori protettivi del declino cognitivo. In-Mind Italia.
Di Rosa E. (2020b). Prendersi cura della salute cerebrale: consigli pratici e considerazioni conclusive. In-Mind Italia.
Livingston, G., Huntley, J., Liu, K. Y., Costafreda, S. G., Selbæk, G., Alladi, S., ... & Mukadam, N. (2024). Dementia prevention, intervention, and care: 2024 report of the Lancet Standing Commission. The Lancet, 404(10452), 572-628. https://doi.org/10.1016/S0140-6736(24)01296-0
Montani V. (2020). I benefici dell’attività fisica sulla salute cerebrale. In-Mind Italia.
Di Rosa E. (2023). Depressione e ansia: quale legame con la demenza?. In-Mind Italia.
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Luo, J., Beam, C. R., & Gatz, M. (2023). Is stress an overlooked risk factor for dementia? A systematic review from a lifespan developmental perspective. Prevention Science, 24(5), 936-949. https://doi.org/10.1007/s11121-022-01385-1
Abouelmagd, M. E., AbdelMeseh, M., Elrosasy, A., Eldeeb, H. A., & Nabil, Y. (2025). Adverse childhood experiences and risk of late-life dementia: a systematic review and meta-analysis. Social psychiatry and psychiatric epidemiology, 60(5), 1087-1098. https://doi.org/10.1007/s00127-024-02676-4
Huang, Z., Jordan, J. D., & Zhang, Q. (2023). Early life adversity as a risk factor for cognitive impairment and Alzheimer’s disease. Translational Neurodegeneration, 12(1), 25. https://doi.org/10.1186/s40035-023-00355-z
Stuart, K. E., & Padgett, C. (2020). A systematic review of the association between psychological stress and dementia risk in humans. Journal of Alzheimer’s Disease, 78(1), 335-352. DOI: https://doi.org/10.3233/JAD-191096
Palpatzis, E., Akinci, M., Aguilar‐Dominguez, P., Garcia‐Prat, M., Blennow, K., Zetterberg, H., ... & Vilor‐Tejedor, N. (2024). Lifetime stressful events associated with Alzheimer's pathologies, neuroinflammation and brain structure in a risk enriched cohort. Annals of Neurology, 95(6), 1058-1068. DOI: https://doi.org/10.1002/ana.26881
Pechtel, P., & Pizzagalli, D. A. (2011). Effects of early life stress on cognitive and affective function: an integrated review of human literature. Psychopharmacology, 214, 55-70. DOI: https://doi.org/10.1007/s00213-010-2009-2
Künzi, M., Gheorghe, D. A., Gallacher, J., & Bauermeister, S. (2024). The impact of early adversity on later life health, lifestyle, and cognition. BMC Public Health, 24(1), 3294. https://doi.org/10.1186/s12889-024-20768-3
Brain, J., Alshahrani, M., Kafadar, A. H., Tang, E. Y., Burton, E., Greene, L., ... & Stephan, B. C. (2025). Temporal dynamics in the association between depression and dementia: an umbrella review and meta-analysis. EClinicalMedicine, 84.
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