Once a symbol of 1960s counterculture, psychedelic substances are now at the forefront of modern scientific research with a focus on their therapeutic potential for mental health conditions such as, major depressive disorder, posttraumatic stress disorder and substance use disorder. Notable studies have highlighted the efficacy of psychedelics in treating these conditions. For example, in one study, 75% of people with major depressive disorder showed improvement after taking psilocybin, and 58% were symptom-free after a year (Gukasyan et al., 2022).

Avete mai inveito contro una stampante che si rifiuta di funzionare? O pensato che la vostra automobile fosse ‘arrabbiata’ con voi? Se la risposta è sì, avete sperimentato in prima persona l’antropomorfismo. L’antropomorfismo è la tendenza ad attribuire caratteristiche, intenzioni ed emozioni umane a entità non umane, come animali, oggetti o fenomeni naturali. Questo fenomeno pervasivo si manifesta spesso nella vita quotidiana, sia spontaneamente che in risposta a specifici fattori scatenanti. In questo articolo esploriamo le basi psicologiche dell’antropomorfismo, concentrandoci sulle teorie di Daniel Epley, Adam Waytz, John T. Cacioppo e Gabriella Airenti. Analizzando queste teorie, approfondiremo le componenti cognitive e motivazionali che ci spingono ad antropomorfizzare, e le ragioni per cui, a seconda del contesto, vediamo umanità in ciò che ci circonda. Vedremo poi come il fenomeno abbia numerose implicazioni pratiche, dalla pubblicità all’industria cinematografica, dalla percezione dei diritti degli animali al rapporto con la natura. Inoltre, il crescente sviluppo della robotica e dell’intelligenza artificiale solleva interrogativi sulla progettazione e sull’accettazione sociale delle tecnologie umanoidi. L’articolo mostra come l’antropomorfismo influenzi il nostro comportamento, le nostre emozioni e la nostra interazione con la tecnologia, offrendo spunti per comprendere il futuro delle relazioni essere umano-robot e il ruolo dell’umanizzazione nel design tecnologico.

Questo articolo esplora il potenziale della realtà virtuale (VR) nel ridurre i pregiudizi intergruppo, una questione sempre più rilevante nelle società contemporanee. Analizza come la VR possa offrire esperienze immersive che favoriscono l’empatia e la comprensione tra gruppi sociali. Attraverso un’analisi della letteratura, l’articolo mette in luce i vari metodi utilizzati negli interventi che in VR, tra cui l'embodiment (vivere un’esperienza dalla prospettiva di un altro gruppo) e le interazioni cooperative in spazi virtuali. I risultati mostrano che, sebbene la VR possa portare a cambiamenti positivi negli atteggiamenti, soprattutto quando è coinvolto il contatto cooperativo, l’impatto è complesso e dipendente dal contesto. L'articolo discute anche l'effetto del secondary transfer effect (STE) del contatto intergruppo in VR, secondo cui le interazioni positive con un gruppo possono ridurre i pregiudizi verso altri gruppi minoritari non direttamente coinvolti. Infine, l’articolo considera le sfide e le direzioni future della ricerca in VR, sottolineando la necessità di interventi progettati con cura per garantire una riduzione duratura e significativa dei pregiudizi.

Negli ultimi anni, la realtà virtuale (VR) ha trasformato radicalmente le modalità di espressione dell’identità personale, offrendo ambienti digitali immersivi in cui gli individui possono esplorare sé stessi attraverso avatar personalizzati. Questo articolo approfondisce il potenziale della VR come strumento di comprensione, accettazione ed esplorazione dell’identità di genere. Grazie ai meccanismi cognitivi dell’embodiment, gli utenti percepiscono l’avatar come parte integrante del proprio Sé. Tale immedesimazione attiva processi psicologici profondi, tra cui il Proteus Effect (Yee & Bailenson, 2007), ovvero l’influenza dell’aspetto dell’avatar su comportamento, atteggiamenti e percezione di sé. L’incarnazione di avatar di genere diverso dal proprio corpo biologico può favorire consapevolezza identitaria, ridurre il disagio psicologico e promuovere empatia verso persone transgender e di genere non conforme. Inoltre, la VR si configura come potente strumento educativo per la riduzione dei pregiudizi, attraverso esperienze in prima persona che simulano le sfide vissute da individui discriminati (Peck et al., 2013; Banakou et al., 2016). Alla luce delle evidenze emergenti, si delineano nuove prospettive di ricerca e intervento psicosociale, in cui la VR non è solo una tecnologia immersiva, ma una leva per l’inclusione e la comprensione delle identità di genere.