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Violenza e miti dello stupro: che cosa sono e quali possono essere le conseguenze?

La violenza sessuale è una delle manifestazioni più gravi di aggressione contro le donne ed è riconosciuta, per la sua diffusione, come un problema socialmente rilevante. In Italia, l’ISTAT (2025) ha rilevato che circa il 32% delle donne di età compresa tra i 16 e i 75 anni ha subìto abusi fisici o sessuali almeno una volta nella vita, e ancora, che il 5.7% è stata vittima di stupro o tentato stupro. A questo proposito, è importante evidenziare che questi dati sono probabilmente sottostimati: una parte rilevante di tali episodi avviene in ambienti domestici – spazi privati che, per loro natura, permettono di celare ciò che accade e, come vedremo poi, anche di non riconoscerlo come violenza – e/o non viene denunciata. 

La violenza sessuale si configura come un fenomeno inserito in un sistema più ampio di discriminazioni di genere che trova forza e legittimazione in una serie di sistemi di credenze. Tra questi sistemi di credenze, particolarmente rilevanti sono i miti dello stupro, che perpetuano e legittimano atteggiamenti e convinzioni errate sulla violenza e che si basano su credenze socioculturali e stereotipi diffusi. In modo specifico, possiamo definire questi miti come un insieme di preconcetti e false credenze, ampiamente diffusi e accettati, che delineano i confini di ciò che viene socialmente considerato violenza sessuale, in riferimento all’evento, alle vittime e agli autori (Burt, 1980). Essi, infatti, agiscono come modelli predefiniti che permettono di classificare l'accaduto come violenza o meno in base alla corrispondenza con rigidi criteri relativi alle caratteristiche della situazione e delle persone coinvolte (ad esempio il profilo della vittima, dell’aggressore e del contesto) o, ad esempio, alle conseguenze fisiche (segni visibili sul corpo). Ne deriva una definizione di violenza estremamente circoscritta che, includendo solo gli episodi più estremi, declassa a 'non-stupro' tutte le altre forme che non rispettano questi criteri stringenti. Ad esempio, uno tra i miti dello stupro più diffusi è quello secondo il quale solo le ragazze che si vestono con abiti appariscenti e sessualizzanti (es., gonna corta, maglia scollata) vengono stuprate (Pacilli, 2014). Affianco a questo, esistono altri miti che mirano a derubricare l’evento dalla categoria della violenza sessuale, come ad esempio, la credenza secondo la quale gli abusi avvengano maggiormente in zone svantaggiate della città. Da questo, si evince che solo le persone di uno stato socioeconomico medio-basso siano in grado di agire violenza e che essa riguarda ambienti più degradati e non di certo le mura domestiche. Tuttavia, sappiamo bene che, pensare e agire secondo il principio di dominazione, non dipende né dalla condizione sociale e né dal luogo. Un altro mito diffuso riguarda la figura dell’autore spesso identificato esclusivamente come un estraneo, negando così la possibilità che la violenza possa essere compiuta da persone vicine alla vittima. Tuttavia, chi aggredisce è spesso una persona che già hanno un legame con le vittime. I miti dello stupro, dunque, possono assumere una funzione di script poiché rappresentano la percezione che una persona ha di ciò che è tipicamente una violenza sessuale (Peterson e Muehlenhard, 2004). 

Sulla base di quanto detto, l’effetto di queste credenze è quello di ridurre la gravità percepita dell’evento, disconoscere molti casi di violenza e incolpare le vittime stesse di quanto accaduto. 

I miti dello stupro possono differenziarsi in due categorie: negare l’episodio di violenza e minimizzare l’evento quando non è possibile negarlo. Ad esempio, nel primo caso, se si sostiene il mito secondo cui la donna non può essere vittima di aggressione sessuale se non presenta graffi o lividi, allora si potrebbe ritenere accettabile forzarla ad avere rapporti purché non vengano lasciate ferite o escoriazioni su di lei. Questa particolare convinzione viene spesso utilizzata inoltre anche in tribunale da parte della difesa dell’aggressore.

Minimizzare l’evento passa anche attraverso l’attribuzione di biasimo alle vittime, detto victim blaming (Spaccatini e Pacilli, 2019): si attribuisce alla donna la colpa di ciò che è accaduto, che sia per il suo abbigliamento, per l’abuso di alcool o per il rifiuto poco chiaro, cioè sulla base di molte caratteristiche della vittima e/o della situazione che, in realtà, nulla hanno a che fare con la responsabilità per la violenza subita.

Alla luce di quanto detto, appare chiaro come i miti dello stupro costituiscono l'impalcatura culturale che perpetua e giustifica la violenza sessuale. La loro persistenza rappresenta un problema sociale strutturale: influenzando la visione collettiva della violenza, delle vittime e degli autori, questi miti agiscono come un meccanismo di controllo che limita la libertà femminile in ogni aspetto del vivere quotidiano.

Glossario

Atteggiamenti: valutazioni consapevoli o inconsapevoli che un individuo ha verso oggetti e persone.

Credenze: modelli profondi e radicati nel funzionamento cognitivo.

Pattern: costrutto psicologico che definisce uno schema di pensieri, di emozioni e di comportamenti perpetuati nel tempo che influenzano la realtà.

Script: costrutto psicologico che definisce uno schema cognitivo organizzato finalizzato ad orientare il modo di rispondere a determinate situazioni.

Stereotipi: modelli convenzionali cognitivi e comportamentali; nell’ambito della psicologia sociale sono definiti come schemi rigidi e generalizzabili atti a semplificare la realtà circostante.     

Victim blaming: fenomeno sistemico considerato come una forma di vittimizzazione secondaria perché successiva a quella già subita dall’aggressore; esso assume la forma dello screditamento, della mancanza di supporto e dell’attribuzione di colpa da parte di istituzioni, media e persone che circondano la vittima. 

Bibliografia

Burt, M. R. (1980). Cultural myths and supports for rape. Journal of Personality and Social Psychology, 38(2), 217–230. https://doi.org/10.1037//0022-3514.38.2.217

ISTAT (2025). La violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia – Primi risultati anno 2025. Disponibile online all’indirizzo: https://www.istat.it/comunicato-stampa/la-violenza-contro-le-donne-dentro-e-fuori-la-famiglia-primi-risultati-anno-2025/.

Pacilli, M.G. (2014). Quando le persone diventano cose. Corpo e genere come uniche dimensioni di umanità. Bologna: Il Mulino.

Peterson, Z. D., & Muehlenhard, C. L. (2004). Was It Rape? The Function of Women’s Rape Myth Acceptance and Definitions of Sex in Labeling Their Own Experiences. Sex Roles, 51(3/4), 129–144. https://doi.org/10.1023/b:sers.0000037758.95376.00

Spaccatini, F., & Pacilli, M. G. (2019). Victim blaming e violenza di genere: antecedenti, funzioni e conseguenze. La Camera Blu. Rivista Di Studi Di Genere, 21, 145-166. https://doi.org/10.6092/1827-9198/6669

Il blog è l'esito del percorso di tirocinio svolto dagli autori e dalle autrici durante il  percorso di formazione accademica presso il Corso di Studi in Psicologia dell'Università "G. D'Annunzio" di Chieti-Pescara.