Seguendo la prospettiva teorica di Erving Goffman (1963), con il termine stigma si indica una serie di segni: a) fisici, quali certe malformazioni del corpo; b) caratteriali, tipo passioni smodate, indolenza, disonestà; c) di origine tribale, religiosa o nazionale, come certe forme di culto. Quindi, per stigma si intende qualsiasi segno che, all’interno di una società, rimanda a una differenza percepita come devianza rispetto a una norma: il colore della pelle, una menomazione, l’indizio dell’appartenenza a una minoranza, le tracce di una biografia moralmente disdicevole.
Per poter operare, lo stigma si appoggia sulla visibilità del segno, intesa quale evidenza di fronte a un osservatore. Prendiamo l’esempio di un balbuziente: lo scorretto fluire delle parole non è certo visibile agli occhi, bensì percepibile alle orecchie. È il senso dell’udito che colloca il parlante nella difettività. Non mancano inoltre stigmi con gradi diversi di occultamento, qual è il caso della frigidità femminile e dell’impotenza maschile. Solo nell’intimità dell’incontro sessuale essi possono svelarsi. Per di più, varia è la capacità delle persone di riconoscere lo stigma; per esempio, l’occhio di uno psicologo clinico può essere più allenato di altri nel notare segni peculiari dell’identità del suo interlocutore.
Sebbene a livello di senso comune colpiscono soprattutto manifestazioni estreme di stigmatizzazione, spesso accompagnate da violenza collettiva, come accade nelle espulsioni comunitarie dei rom, la psicologia sociale si è a lungo occupata anche dello stigma nelle relazioni interpersonali. Qui l’attenzione dei ricercatori cade sui processi relazionali con cui lo stigma viene gestito dalle persone. Se lo stigma è quel segno che espone il singolo al discredito, facendolo sentire diverso e indesiderato, va sottolineato che sempre lo stigma prende vita e senso non dentro la persona bensì in un contesto sociale. Sicché tali valutazioni squalificanti sono generalmente condivise tra i membri di una certa comunità, diventando le basi culturali per agire a livello interpersonale strategie di esclusione (Major & Eccleston, 2004).
L’identità a rischio dello stigmatizzato
La stigmatizzazione produce varie conseguenze psicologiche (Link & Phelan, 2001; Major & O’Brien, 2005). A livello individuale, può innescare uno stato psicologico da profezia che si autorealizza. Se una persona ritiene di essere portatore di qualche tratto biasimevole può ridursi a provare emozioni, ragionare e comportarsi sulla base di quanto predetto. Finisce così con il diventare ciò che gli altri si aspettano che egli sia (Jussim, Palumbo, Chatman, Madon, & Smith, 2000). Per meglio comprendere questa relazione circolare tra causa e effetto, dove la previsione si realizza semplicemente per essere stata espressa, pensiamo a una situazione di drammatica attualità: la crisi finanziaria. Se a livello di comunicazione sociale si diffonde la credenza che una crisi finanziaria è imminente, gli investitori possono perdere fiducia nell’economia e agire in modo tale da causare effettivamente la crisi.
Lo stigma è pure un potente e automatico attivatore di stereotipi negativi. In ogni cultura circolano credenze che dipingono certi gruppi umani come violenti, pericolosi, inaffidabili, e così via. Chiunque di noi dovesse trovarsi a interagire con membri di questi gruppi è assai probabile che avverta l’influenza di tali credenze. Se, per esempio, lungo una strada incrociamo una rom che si avvicina a noi, già la sola vista attiva nella nostra mente tratti personali negativi. Mediante i legami associativi con cui in memoria sono connessi stereotipi e comportamenti, la condotta che nasce spontanea è quella di ignorarla e tenerla a distanza (Dijksterhuis, Aarts, Bargh, & van Knippenberg, 2000). Pertanto, gli stigmatizzati sono trattati in modo negativo e fatti bersaglio di discriminazioni. Esclusi dall’accesso a vitali risorse socio-economiche, ne risulta pregiudicato il loro status sociale, la salute fisica e il benessere individuale (Sidanius & Pratto, 1999).
Generalmente, la persona stigmatizzata avverte che la propria identità è a rischio (Steele, Spencer, & Aronson, 2002), trovandosi ad affrontare situazioni potenzialmente stressanti. Così aumenta l’ansia, sale la pressione sanguigna e l’elaborazione dei dati informativi diventa lenta e faticosa; ciò accade, per esempio, nel corso di un’interazione tra gay e bambini in un contesto carico di stereotipi negativi (Bosson, Haymovitz, & Pinel, 2004). Accanto a queste reazioni involontarie, si può concretizzare un volitivo impegno per gestire emozioni, pensieri e azioni. Le ricerche condotte nell’ambito della psicologia sociale hanno permesso di identificare una serie di fattori che spiegano il peculiare posizionamento delle persone di fronte allo stigma (Major & O’Brien, 2005).
Risulta infatti che gli esseri umani presentino gradi diversi di sensibilità allo stigma. Chi si aspetta di venire trattato sulla base delle immagini stereotipate del gruppo di appartenenza, piuttosto che secondo caratteristiche strettamente personali, manifesta una più alta vigilanza nei confronti dei pericoli dello stigma. Un’accentuata sensibilità che lo porterà a valutare certe situazioni potenzialmente stigmatizzanti come minacciose. Per esempio, indagini realizzate negli Stati Uniti (Mendoza-Denton, Purdie, Downey, Davis, & Pietrzak, 2002), con studenti afroamericani prossimi a frequentare il college, dimostrano che un’alta sensibilità allo stigma alimenta le aspettative di una problematica futura vita universitaria: al campus si ha timore di dover subire discriminazioni, la convivenza con i compagni di stanza viene prospettata assai difficoltosa e si pensa di non essere pienamente accettati dai professori.
Nello stesso tempo, la minaccia identitaria dello stigma può pure trasformarsi in una sfida, consapevolmente assunta da chi dovrebbe soccombere, quale può essere la situazione di una donna che lavora in un ambiente tradizionalmente avverso al genere femminile. Invece di rinchiudersi in sé, stando sulla difensiva, la stessa può ritenere di possedere adeguate abilità per far fronte alle circostanze, cambiandole (Kaiser, Major, & McCoy, 2004).
Questa parziale trattazione dello stigma permette di comprendere quanto sia ricca di processi psicologici e relazionali la dinamica tra stigmatizzante e (potenziale) stigmatizzato. E serve per introdurre il tema centrale qui affrontato: il legame tra stigma e ostracismo.
Sebbene non sia unanime l’accordo tra gli studiosi, possiamo comunque definire l’ostracismo come qualsiasi atto volto a ignorare, respingere e escludere individui o gruppi (Williams & Zadro, 2001). In tal modo, coloro che, per diversi motivi, sono ostracizzati subiscono una dissociazione relazionale: vengono privati dei comuni contatti interpersonali, evitati e respinti ai margini dell’attenzione. Ampia è la letteratura scientifica che evidenzia quanto il nostro benessere dipenda dal sentirsi inclusi e accettati dagli altri. E come l’essere ostracizzati nei rapporti umani si traduca in una condizione gravida di sofferenza (Zamperini, 2010).
All’interno di questo quadro generale, la psicologia sociale ha cercato di indagare i processi relazionali che si pongono tra lo stimolo avverso – l’esclusione generata dallo stigma – e le conseguenze individuali – la sofferenza umana.
Far fronte all’esclusione intervenendo sullo stigma
Per affrontare la minaccia di esclusione dai rapporti umani dovuta alla stigmatizzazione, gli esseri umani possono agire su piani diversi. Uno di questi riguarda direttamente lo stigma: si cerca di eliminarlo, di evitarlo oppure di nasconderlo. Diversi sono gli sforzi intrapresi che rientrano in questa tipologia.
Innanzitutto, gli stigmatizzati possono reagire all’esclusione valorizzandosi, cercando di rimuovere o attenuare il segno biasimevole. Fare una dieta per perdere peso, intraprendere una psicoterapia per affrontare un’accentuata timidezza, partecipare a un corso di psicodizione per vincere la balbuzie, e altre azioni del genere sono tentativi, propri di un senso di controllo personale, indirizzati a cancellare lo stigma.
Un’altra modalità per evitare lo stigma consiste nel prendere le distanze dalla categoria sociale stigmatizzata, come a dire: “Io non sono come loro”. Per esempio, un ragazzo migrante che frequenta la scuola italiana, per entrare nella cerchia delle amicizie dei compagni, può essere indotto ad assumere atteggiamenti in materia di gusti musicali del tutto differenti da quelli che stereotipicamente si associano al gruppo d’appartenenza; se nero, non perde occasione per rimarcare che odia la musica rap; se sudamericano, nega qualsiasi passione per il latin pop.
Un altro tentativo è quello di farsi passare per una persona non screditabile, occultando o mascherando lo stigma attraverso la gestione delle informazioni trasmesse, come analizzato da Goffman (1963). La strategia adottata dal balbuziente che non parla durante le conversazioni, dal sordo che finge di comprendere, dalla moglie di un alcolista che nasconde le bottiglie di vino quando riceve la visita di parenti e amici, e così via. Naturalmente, l’occultamento si dimostra tanto più efficace quanto più lo stigma è poco visibile o comunque non immediatamente percepibile.
Il lavoro cognitivo-emotivo
Se le suindicate modalità agiscono principalmente sul problema, un secondo livello di gestione dell’esclusione da stigma mette in campo processi cognitivo-emotivi.
Per tutelare l’immagine di sé, chi è messo in disparte può fare ricorso a particolari modalità di attribuzione. Il fatto di essere escluso viene ascritto non tanto a caratteristiche personali, quanto al pregiudizio altrui verso il gruppo d’appartenenza. Una simile attribuzione, esternalizzando la causa dell’evento negativo, svolge la funzione di proteggere l’autostima e attenuare eventuali emozioni di mortificazione e scoramento. Sappiamo infatti che esiti sfavorevoli diventano ancora più minacciosi allorché vengano spiegati facendo ricorso a fattori interni, controllabili e stabili della persona (Hewstone, 1989).
Comunque, queste strategie cognitive presentano limiti e costi psicologici. Innanzitutto, fare un’attribuzione causale al pregiudizio implica necessariamente trascinarsi appresso quella parte di sé legata all’identità sociale (Schmitt & Branscombe, 2002). Altre complicazioni sorgono in merito al grado di identificazione dell’escluso con il proprio gruppo. Infatti, solo quando l’immedesimazione non è alta, il singolo riesce a preservare l’immagine personale (McCoy & Major, 2003). Per di più, la strategia riesce maggiormente davanti a forme manifeste di pregiudizio, meno quando è sottile o addirittura nascosto. Oltre a ciò, ricorrere sistematicamente ad argomenti di gruppo per spiegare gli insuccessi individuali espone al sospetto e al biasimo (Kaiser & Miller, 2001). Pertanto, appare comprensibile che gli stigmatizzati siano più inclini a chiamare in causa la discriminazione di gruppo in contesti privati o tra simili. Molto meno se si trovano in situazioni pubbliche, oppure quando interagiscono con rappresentanti di gruppi di status elevato (Stangor, Swim, Van Allen, & Sechrist, 2002).
Alle luce di queste considerazioni, risulta evidente che fanno ricorso a simili attribuzioni soprattutto quei singoli che si identificano fortemente con il proprio gruppo stigmatizzato. Sicché, persone che fanno dell’appartenenza – politica, religiosa, eccetera – un elemento centrale dell’identità, poste in situazioni incerte, saranno maggiormente propense ad ascrivere determinati esiti negativi a pratiche discriminatorie.
L’attribuzione esterna, per esempio al razzismo altrui, come modalità per spiegare l’ostracismo patito mette in gioco il tema della giustizia. Infatti il ricorso alla discriminazione presuppone un giudizio di iniquità. Nonostante ciò, non è detto che il singolo, pur riconoscendo alla propria identità sociale la responsabilità della sua esclusione, possa considerarla non ingiusta. Per esempio, affermando che non ha ottenuto un posto di lavoro perché persone come lui non sono qualificate e preparate allo stesso livello di altre. Alcune forme di stigma sono inoltre percepite – dallo screditante e pure dallo screditato – come uno specchio riflettente l’individuale fallimento. Perciò l’esclusione pare del tutto giustificata. Particolarmente esposti a simili ragionamenti sono coloro ritenuti in grado di esercitare un certo controllo sul segno disapprovato; visti dai più con sospetto morale. Il tossicomane è un perfetto candidato. A detta dei giudicanti, il suo carattere deve avere sicuramente qualche deficit, altrimenti lo stigma non si sarebbe concretizzato o perlomeno avrebbe potuto essere cancellato. Respingere e escludere simili persone ai più appare del tutto legittimo. E spesso gli stessi emarginati se ne convincono.
Persino all’interno del medesimo fenomeno, la percezione di controllabilità diventa un righello psicologico che separa i meritevoli dai biasimevoli. È il caso dei sieropositivi: credere che l’infezione derivi da cause controllabili – come un rapporto sessuale – spinge verso una maggiore inferenza di responsabilità, attiva sentimenti ostili e minore compassione (Zamperini, 1998). Lo scenario si capovolge allorché il contagio sia riconducibile a cause incontrollabili, come una trasfusione di sangue. A livello di senso comune vi sono così malati innocenti e malati stigmatizzabili. Tra questi ultimi rientrano gli omosessuali, i tossicomani e tutti coloro che hanno assunto comportamenti a rischio. Pertanto, le persone portatrici di segni screditabili, riconducibili alla sfera della soggettiva controllabilità, sono le più esposte a un’esclusione basata sullo stigma.
Disimpegnare se stessi e cercare alternative risorse relazionali
Un terzo livello di gestione dell’esclusione da stigma consiste nel cercare altrove le risorse per un’inclusione relazionale e nel disimpegnare la propria immagine dai contesti in cui si è esclusi.
Individui esposti a forme di respingimento stereotipato saranno sempre meno propensi a impegnarsi e, se la situazione perdura, potranno giungere a una dissociazione tra l’idea di sé e gli ambiti in cui sono ostracizzati. Come se ciò che lì accade non avesse alcun significato per la loro crescita e valorizzazione personale. Per esempio, più gli studenti afroamericani considerano ingiuste le differenze di status tra i gruppi sociali che caratterizzano la scuola nordamericana, meno sostengono che la carriera scolastica sia un aspetto importante della propria identità. E sono maggiormente orientati a svalutare tale ambito di vita (Schmader, Major, Eccleston, & McCoy, 2001).
Ridimensionato o annullato il valore di alcuni ambienti ostracizzanti, gli stigmatizzati possono guardare altrove per trovare alternative relazionali. Una ricerca che dipende dai diversi stigmi e dal potere che hanno di fondare un’identità sociale cui fare riferimento. In apertura ho illustrato la tripartizione di Goffman (1963): segni fisici, caratteriali e tribali. Questi ultimi sono una buona base per costruire un forte senso di appartenenza: consentono di identificare facilmente i vari membri, riconoscendo agli stessi specifici valori e norme di riferimento, quale può essere il caso della comunità latinoamericana in una nostra città. Viceversa, nel frangente di malformazioni corporali e di condotte biasimevoli tali presupposti sono maggiormente precari. Per esempio, è molto più difficile per persone sfigurate o per tossicomani riuscire a costituire una nitida identità sociale. Di conseguenza, riprendendo tali esemplificazioni, latinoamericani, sfregiati e tossicomani disporranno in misura diversa di risorse collettive per far fronte a un’esclusione personale legata allo stigma.
In ogni caso, gli appartenenti a gruppi stigmatizzati trovano nel rafforzamento dell’identificazione collettiva e nella maggiore vicinanza intersoggettiva la forza psicologica per gestire la minaccia. Il gruppo offre sostegno emotivo, informazioni, strumenti, la conferma delle percezioni relative alla discriminazione, confronti di gruppo al servizio del sé e ovviamente un senso di appartenenza. Processi psicosociali che innescano cambiamenti individuali. Per esempio, più un ragazzo africano diventa consapevole della marginalità imposta ai migranti, più per lui sarà centrale il tema dell’identità sociale in merito all’idea che egli ha di se stesso, ma potrebbe sentirsi meno orgoglioso di essere un africano. E se il suo livello di identificazione nel gruppo non è particolarmente elevato, la presa di coscienza di una diffusa discriminazione potrà indurlo a distanziarsi ulteriormente dai suoi connazionali (Ellemers, Spears, & Doosje, 2002). Un disimpegno da un’identità collettiva stigmatizzata facilitato dalla presenza di condizioni socio-strutturali che rendono permeabili i confini tra i gruppi sociali, permettendo a membri di gruppi svantaggiati di entrare a far parte di gruppi di status più elevato (Turner, 1987).
Inoltre, la fusione identitaria tra dimensione individuale e sociale può far crescere la soggettiva vulnerabilità all’esclusione. Quando il gruppo è una parte importante di sé, le distinzioni che investono la sfera personale e quella collettiva tendono a sfumare. Ne consegue che venire esiliati dai rapporti umani sulla base dello stigma di gruppo può arrecare la medesima sofferenza provata allorché si è messi al bando a causa di caratteristiche strettamente personali. Per di più, la selettiva affiliazione tra simili espone ulteriormente a nuove e più marcate pratiche ostracizzanti. Gli altri, coloro che si differenziano dagli stigmatizzati, a loro volta sono indotti a interpretare tali scelte alla stregua di opzioni esclusive. Una sorta di discriminazione capovolta: ora sono gli screditati – almeno così si crede – a tenere a distanza gli screditanti.
Considerazioni finali
Cercare di rimuovere o di occultare lo stigma, attivarsi cognitivamente per produrre spiegazioni dell’esclusione che siano al servizio della propria autostima, disimpegnare se stessi dalle situazioni respingenti e cercare riconoscimento relazionale altrove, sono i tre livelli di impegno che rendono conto dei principali sforzi con cui gli esseri umani cercano di far fronte alla minaccia di ostracismo veicolata da segni culturalmente ritenuti negativi.
Se la ricerche condotte dalla psicologia in questa campo permettono di comprendere la creativa reattività con cui le persone gestiscono situazioni esistenziali difficili, nondimeno va detto chiaramente che essere socialmente esclusi è un’esperienza disumanizzante. Riduce il grado in cui le persone credono di possedere quegli attributi che sono ritenuti fondamentali per la nostra idea di umanità (Bastian & Haslam, 2010). E allora la mole di conoscenza prodotta dalla psicologia sociale è chiamata sempre più a non lasciare soli gli stigmatizzati, trasformandosi in azione pubblica per un cambiamento della società pensante
Glossario
Stereotipo. Lo stereotipo è una credenza condivisa socialmente relativa a caratteristiche (tratti di personalità, comportamenti attesi o valori) di determinati gruppi sociali e dei loro membri.
Processi cognitivo-emotivi. Il termine “processi cognitivo-emotivi” indica una serie di attività psicologiche (ricordare, valutare, spiegare gli eventi della vita quotidiana) dove capacità cognitive (es. l’elaborazione dell’informazione) e aspetti emozionali (es. la motivazione e i sentimenti) si influenzano a vicenda.
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