Essere in azione: I costrutti di agency e inter-agency
Immaginate di essere saliti su un autobus di linea e di stare viaggiando per le vie della vostra città. All’improvviso un semaforo davanti al mezzo scatta sul rosso e voi, vedendolo, vi preparate ad affrontare la prossima frenata aggiustando la postura e anticipando gli effetti della frenata. L’autista, però, si accorge del semaforo un po’ più tardi di voi e, per rimediare, frena in modo più brusco di quanto previsto proiettando tutti i passeggeri in avanti. Che differenza c’è tra lo spostamento che avete attuato preventivamente e quello che avete subito? In entrambi i casi sarete consapevoli che il corpo in movimento è il vostro e che siete proprio voi a fare l’esperienza dello spostamento (una sensazione definita senso di ownership o di possesso dell’esperienza), ma solo nel primo caso siete consapevoli di essere voi l’origine e la causa del movimento, sperimentando un senso di agency.
In una situazione ordinaria un individuo che esegua un’azione o sviluppi un atto mentale sa di essere colui che agisce o pensa, e, soprattutto, sa di essere colui che ha intenzionalmente pianificato e prodotto tale atto o pensiero (Balconi & Bortolotti, 2010). Il costrutto di agentività – o agency – è stato affrontato da diverse discipline, dalla filosofia alle più recenti neuroscienze. Le scienze cognitive, in particolare la filosofia della mente, definiscono il senso di agency come sensazione di essere colui che genera un’azione, fisica o mentale, e tutti gli effetti ad essa correlati, che si differenzia dalla sensazione di essere coinvolti in un’esperienza (Gallagher, 2000).
Ma il discorso a questo punto si può fare più articolato. Tornando all’autobus di prima, oltre ad anticipare la frenata – e magari approfittare di qualche appiglio facendo tesoro delle esperienze precedenti – potreste attuare comportamenti diversi analizzando la situazione a un livello di complessità superiore. Ad esempio, vedendo un’anziana signora in piedi senza la possibilità di afferrare alcun sostegno (l’ambiente in tutta la sua realistica complessità), potreste prepararvi a sostenerla nel caso in cui perdesse l’equilibrio, un’attesa creata in base a conoscenze personali circa la condizione fisica dell’anziano medio e sostenuta dalla motivazione ad aderire a norme sociali di supporto.
Possiamo ritrovare tale molteplicità di livelli nella cornice della teoria socio-cognitiva. Il concetto di emergent interactive agency (Bandura, 1986) estende la portata del costrutto di agency sottolineando come l’individuo non sia né un agente autonomo e isolato né un mero ricevitore d’influenze esogene in grado di produrre stati mentali. L’individuo è presentato come elemento inter-attivo in grado di esercitare potere causale nel sistema complesso composto da azione (nell’esempio il sorreggere l’anziana signora), persona (compresi fattori individuali come attese, credenze e valori) e ambiente (come il nostro autobus).
Come anticipato, le riflessioni sull’agency hanno in passato assunto principalmente un punto di vista soggettivo, prendendo in considerazione l’individuo come monade. In un’ottica ecologica e realista, l’essere umano è, però, essenzialmente un individuo inter-agente, coinvolto principalmente in scambi con altri attori in grado di influenzare l’ambiente e il nostro comportamento in un contesto dinamico e responsivo. In interazione, gli agenti coinvolti agiscono insieme, collaborando o competendo, per raggiungere uno scopo comune, più o meno condiviso. La capacità di generare azioni collettive e riconoscerle in quanto tali, di individuare il proprio contributo come proprio e di agire in modo coordinato con l’inter-agente può essere definita inter-agency (Crivelli & Balconi, 2010). In un parallelismo con i temi della filosofia della mente, il senso di inter-agentività è definibile come sensazione che noi – io insieme all’Altro – siamo coloro che hanno generato un’azione e i suoi effetti.
I costrutti di agency e inter-agency condividono l’ancoraggio al contesto e all’azione incarnata ma, mentre il primo caratterizza scambi monodirezionali in contesti strumentali, come nell’utilizzo di oggetti, il secondo è caratterizzato da chiari richiami al contesto interattivo e al dominio della socialità (si pensi, ad esempio, agli scambi comunicativi). Entrambi, infine, chiamano in causa processi cognitivi di percezione delle informazioni endogene ed esogene, creazione di attese e previsioni senso-motorie, differenziazione sé-altro, pianificazione e implementazione di azioni e monitoraggio di sé e del contesto.
Il contributo delle neuroscienze sociali
Nelle ultime decadi, le neuroscienze si sono occupate dei meccanismi associati a tali processi, focalizzandosi sul contributo di complessi network neurali (circuiti formati da diverse strutture corticali o sottocorticali che si suppone supportino, con la loro attività, funzioni o sottofunzioni specifiche di natura percettiva, cognitiva o affettiva) o singole strutture (ad es., Balconi & Crivelli, 2009, 2010; per una rassegna: David, 2010; David, Newen, & Vogeley, 2008).
Durante gli anni ’90 poi, nell’ambito della psicologia sociale, crebbe l’interesse per i processi mentali definiti automatici e i meccanismi cognitivi impliciti e iniziò la ricerca di tecniche e metodi in grado di fornire nuove informazioni su cui riflettere e discutere. L’interesse per le basi neurobiologiche della comunicazione nelle sue varie forme e le possibilità offerte dagli strumenti di indagine propri delle neuroscienze (elettroencefalografia, tecniche di neuroimaging, rilevazione di indici autonomici e studi clinici di lesioni) per la comprensione di temi cardine della ricerca psicologica-sociale fecero nascere un approccio nuovo: la social neuroscience (Cacioppo & Berntson, 1992; Harmon-Jones & Devine, 2003).
Fin dai suoi primi passi, questa nuova disciplina si diresse verso due principali ambiti di ricerca: percezione e cognizione sociale, due funzioni fondamentali per le nostre competenze d’interazione. Con il termine percezione sociale si intendono le prime fasi di elaborazione dell’informazione che culminano nell’analisi accurata delle disposizioni e delle intenzioni altrui (Allison, Puce, & McCarthy, 2000). Il termine cognizione sociale indica l’abilità di costruire rappresentazioni della relazione tra sé ed altro, la capacità di utilizzare flessibilmente tali rappresentazioni per guidare il nostro comportamento in situazioni sociali e per gestire la differenziazione sé-altro al fine di agire insieme efficacemente (Adolphs, 2001).
Gli scopi principali delle neuroscienze sociali sono, quindi, esplorare e comprendere le basi biologiche di tali funzioni, indagando come il comportamento sociale e il contesto possano influenzare il funzionamento a breve e lungo termine del Sistema Nervoso Centrale (SNC) e come il funzionamento del SNC possa generare e supportare tale comportamento e possa attivamente elaborare tale contesto.
Come sottolineato da Knoblich e Sebanz (2006), le neuroscienze sociali, dati i loro assunti e i loro interessi, hanno le potenzialità di portare ad una migliore comprensione dei meccanismi anatomo-funzionali che supportano la capacità delle persone di interagire con gli altri. È ormai risaputo, ad esempio, che l’osservazione dell’Altro-in-azione, oltre ad attivare processi d’inferenza relativi a emozioni, intenzioni e attitudini veicolate dal comportamento dei nostri simili, attiva specifiche rappresentazioni utilizzate per eseguire in prima persona l’azione osservata. Tali rappresentazioni di azioni possono plausibilmente avere un ruolo nell’interpretare e comprendere azioni e intenzioni degli interlocutori sociali (Annet, 1996; Crivelli & Balconi, 2010; Gallese, Keysers, & Rizzolatti, 2004; Meltzoff, 1999). Vari autori hanno quindi ipotizzato l’esistenza di una via più immediata per comprendere l’altro, alternativa alla creazione di inferenze e basata sullo stretto legame tra azione e percezione (McGann & De Jaegher, 2009). Meltzoff e Moore (1997) hanno, in aggiunta, suggerito l’esistenza, negli esseri umani, di un meccanismo innato in grado di accoppiare la percezione con la produzione di espressioni e atti comunicativi.
Talking heads: Cervelli in interazione
Posto che alcune strutture neurali sembrino coinvolte – o quantomeno attivate – nell’elaborazione di stimoli a carattere sociale, come un’espressione facciale o una frase di senso compiuto, come possiamo attraversare il ponte che collega me e l’Altro? Come è possibile comprendere gli stati mentali altrui, riconoscere l’interlocutore come un proprio simile e attribuire agentività o inter-agentività? Posto che esista un meccanismo tanto pervasivo da portarci ad attribuire capacità di intendere e agire anche a delle semplici figure geometriche che si muovono nello spazio (per approfondire si veda il lavoro seminale di Heider & Simmel, 1944), come funziona tale meccanismo? E infine, come possiamo studiare tali meccanismi (per un’introduzione: Crivelli & Balconi, 2009)?
Possiamo identificare tre filoni teorici principali nel dibattito sui meccanismi coinvolti nell’interazione sociale e sulle competenze sociali: le teorie della teoria, le teorie della simulazione e le teorie dell’accesso diretto o dell’interazione.
Le teorie della teoria si basano sull’idea che noi siamo in grado di comprendere e predire il comportamento e i pensieri altrui da una prospettiva teorica implicita, postulando l’esistenza degli stati mentali dell’interlocutore e costruendo inferenze (Baron-Cohen, 1995). Nell’approcciarci all’Altro ci porremmo, quindi, in una prospettiva “inferenziale,” pronti a ragionare e creare teorie per comprenderlo. Le teorie della simulazione affermano invece che non abbiamo alcun bisogno di “teorizzare” gli altri. Piuttosto, noi comprenderemmo i nostri simili tramite un modello creato in base alla nostra esperienza personale di situazioni simili e ai nostri stati mentali: io so cosa tu stai facendo o pensando – e perché – simulando cosa io farei o penserei “come se” io fossi nella tua situazione (Gallese & Goldman, 1998).
Entrambe queste prospettive, però, non rendono conto del ruolo del contesto e assumono la presenza costante e pervasiva dei processi di mentalizzazione durante ogni interazione sociale. Nonostante questo approccio “teorico” all’Altro possa risultare funzionale (ad es., in situazioni ambigue), non è plausibile ipotizzare che esso caratterizzi la totalità delle interazioni primarie essendo molto richiestivo dal punto di vista cognitivo e neurobiologico. Si ritiene, infatti, che le operazioni inferenziali o simulative siano processi molto dispendiosi di risorse. Rimane inoltre non risolto il problema dell’accesso alla mente altrui: l’Altro e le informazioni che posso trarre da lui sembrano non entrare a nessun livello nei processi cognitivi attivati. Il risultato è che la comprensione sociale prospettata si origina in una prospettiva individualista: l’Altro è un enigma che affronto in modo autoriflessivo, usando me stesso come modello (approccio simulativo) o integrando mie idee con norme condivise (approccio inferenziale).
Le teorie interazioniste o dell’accesso diretto, invece, affermano che la mentalizzazione e la simulazione siano fondamentali, ma che siano solo due funzioni molto specifiche e complesse in grado di supportare la nostra abilità di inter-agire. Nella maggior parte delle nostre interazioni non avremmo bisogno di ricorrere a tali meccanismi, tanto efficaci quanto dispendiosi, ma saremmo in grado di leggere quanto accade applicando direttamente dei modelli o schemi interpretativi alla situazione. Secondo le due ipotesi principali nel filone interazionista, quegli schemi nascerebbero dalla comune fruizione e produzione di storie (Ipotesi della Pratica Narrativa; Gallagher & Hutto, 2008) o oppure dall’effettiva esperienza di interazioni assumendo diversi ruoli (Teoria delle Relazioni Intenzionali; Barresi & Moore, 2008). In una prospettiva interazionista, quindi, la comprensione dell’Altro sarebbe primariamente intersoggettiva e mediata da meccanismi percettivi intelligenti.
Percezione intelligente e affordances sociali
Ma cosa si intende con meccanismi percettivi intelligenti?
Sebbene possiamo analizzare la nostra esperienza percettiva nei termini del suo contenuto affettivo, motivazionale e, più in generale, di significato, la nostra percezione è in grado di offrirci anche una presa tanto informativa quanto immediata – nel senso di non-mediata da altri processi cognitivi definiti superiori, come l’attribuzione di senso – di quanto ci viene presentato (Gallagher, 2008). Più questi processi sono informativi più sono definibili come intelligenti, poiché sono in grado di organizzare la realtà in categorie presentandone un’immagine già in parte strutturata (ad es., differenziando entità non-biologiche da quelle biologiche e, quindi, potenziali agenti) e offrendoci la possibilità di reagire a essa in modo adattivo. Una funzione percettiva sufficientemente intelligente offrirebbe la possibilità di comprendere l’Altro senza mentalizzazione, attribuendo in prima istanza e in modo pre-concettuale agentività o meno all’oggetto percepito. Solo nel caso in cui essa non ci supporti con un numero sufficiente di informazioni avremmo bisogno di chiamare in causa altri processi cognitivi, come simulazione o inferenze ipotetiche. In accordo con le teorie dell’accesso diretto, la percezione sociale, in particolare, sarebbe molto intelligente, dandoci modo di inter-agire in modo efficace e funzionale.
Possibilità d’azione e modalità d’interazione
Un’altra domanda, però, emerge: ammessa la loro possibile esistenza, cosa elaborano questi meccanismi percettivi? Un suggerimento arriva dalla tradizione della psicologia ecologica.
Negli anni ‘70, mentre studiava la percezione visiva e la relazione tra individuo e contesto, James Jerome Gibson (1979/1999) sviluppò il concetto di affordance. Le affordances sono definibili come qualità dell’ambiente che dipendono dalla relazione tra agente e ambiente: esse sono – o mostrano – opportunità di azione. La maniglia di una porta, ad esempio, può suggerire il pattern d’azione “afferrare e girare” a un uomo e può al contempo offrire possibilità di “appoggiarsi” a un insetto. Le affordances ambientali dipendono quindi sempre dall’agente.
Come sottolineato da Gibson (1979/1999), il contesto, inteso come la collezione di oggetti passivi e soggetti proattivi nella situazione, può suggerire non solo comportamenti unidirezionali ma anche potenziali interazioni: “l’affordance dell’animale per l’osservatore non è solo di comportamento, ma anche di interazione sociale. Se uno si muove, lo fa anche l’altro, con una sequenza in cui le azioni dell’uno seguono quelle dell’altro, in una sorta di circuito comportamentale” (p. 90).
La capacità propria degli animali – della maggior parte se non proprio tutti – di interagire con i propri simili cooperando o competendo per le risorse dipende, in quest’ottica, da un’adeguata descrizione di ciò che tali creature “offrono”, di ciò che permettono di fare con loro, e quindi, in ultima istanza, su un’analisi di come queste offerte d’inter-azione sono elaborate dall’animale (compreso l’uomo).
In particolare, come suggerito da Loveland (1991), delle affordances di tipo sociale potrebbero caratterizzare le interazioni tra simili mediando i significati di tali attività. Queste affordances sociali possono essere definite come qualità della relazione tra simili, in particolare tra essere umani, che suggeriscono opportunità e modalità di interazione. Come le affordances gibsoniane, sarebbero percepite direttamente piuttosto che inferite, dedotte o rievocate per associazione e veicolerebbero il significato di comportamenti umani (sia simbolici, come un pollice alzato di approvazione, che non-simbolici, come una mano tesa pronta per una stretta) rivolte ad altri esseri umani. Disfunzioni a carico delle competenze sociali potrebbero, quindi, essere dovute a stime scorrette delle opportunità di interazione offerte dal contesto nella sua accezione più estesa.
What about the future?
Le interazioni sociali sono fenomeni complessi e in continuo sviluppo, in cui processi di percezione delle informazioni, categorizzazione e attribuzione si intrecciano (Fig. 2). Due agenti in interazione non solo ricevono e trasmettono informazioni - né semplicemente si rappresentano gli eventi - ma si influenzano l’uno con l’altro modulando il loro comportamento e co-regolandosi attivamente con l’ambiente (Semin & Cacioppo, 2009). Inoltre, in interazione noi portiamo anche il nostro corpo: quando interagiamo con qualcuno, i nostri corpi sono esperiti primariamente non come oggetti, ma come palestre di attività e affettività, come possibilità di azione ed esercizio di volontà, come “io posso” e “io faccio” (Gallagher & Zahavi, 2010). In interazione esercitiamo e attribuiamo il ruolo di agente e, se serve, operiamo affinché emerga un senso di inter-agentività dalle nostre azioni congiunte.
Il nostro pensiero risulta a questo punto chiaro: le interazioni sociali sono un fenomeno pervasivo e fondamentale per lo sviluppo della persona. Tramite le interazioni, infatti, comunichiamo idee e richieste, perseguiamo i nostri scopi, modifichiamo il contesto, negoziamo significati e definiamo noi stessi. Le competenze sociali sostengono lo sviluppo fisico, cognitivo e affettivo. Una disfunzione di tali competenze può, quindi, inficiare gravemente l’autonomia e la qualità della vita (una dimensione esperienziale che sta attirando sempre più l’attenzione dei professionisti della cura della persona), ma offre anche uno spiraglio attraverso il quale cercare di vedere come noi esseri sociali funzioniamo.
L’accurata analisi dei processi attivi durante manifestazioni patologiche (ad esempio la mancata percezione di un gesto come comunicativo, il fallimento nell’interpretare un’intenzione altrui, ecc.) può fornire utili informazioni sulla natura e lo sviluppo di tali disfunzionalità ed evidenziare possibilità d’intervento.
Glossario
Previsioni senso-motorie. Modelli relativi all’ambiente (ad es. modifiche nei rapporti spaziali tra oggetti) e relativi all’agente (ad es. modifiche negli schemi posturali) conseguenti all’attuazione di un’azione; tali modelli sono generati da meccanismi predittivi che operano su informazioni “qui e ora” e informazioni derivanti dall’esperienza passata.
Processi di mentalizzazione. Processi cognitivi di rappresentazione e interpretazione dello stato mentale altrui sulla base di ragionamento inferenziale o simulazioni mentali.
Attribuzione pre-concettuali. Lettura della realtà non mediata da categorie concettuali esplicite e da processi volontari di creazione di senso.
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