Il gruppo psicodinamico tra funzione terapeutica e funzione sociale

Questa mancanza di chiarezza nella definizione di prassi condivise può assumere una rilevanza anche sul piano dell’etica professionale. A questo proposito, l’impegno etico dello psicoterapeuta di gruppo, inteso come l’esercizio della professione secondo un modello chiaramente identificato, suscettibile di confronto con gli altri modelli e condiviso dalla comunità professionale, contribuisce a rendere più trasparente l’operare del professionista. Tutto questo è inteso in un’ottica che non perda di vista l’unicità del paziente o del gruppo, ossia in maniera non prescrittiva, piuttosto indicativa. A livello internazionale, il tema è sentito e trattato in importanti contributi (Castonguay et al., 2010; Levy, Ablon, & Kächele, 2012; Westen, 2007); con riferimento specifico alla psicoterapia di gruppo (Brabender, 2007; Leszcz, 2004), attraverso: linee-guida per le buone prassi terapeutiche (Bernard et al., 2008; Leszcz & Kobos, 2008); promozione dell’integrazione fra clinica e ricerca (Griner et al., 2018); progettazione di percorsi di training adeguati (Orlinsky et al., 2015). In Italia, solo nell’ultimo ventennio sono state promosse iniziative condivise a livello nazionale che vanno in questa direzione di sviluppo (Lo Coco, Prestano, & Lo Verso, 2008; Vasta, Gullo, & Girelli, 2018).

 

Il gruppo di psicoterapia psicodinamica: da microcosmo a paracadute sociale

Se lo sforzo della prima generazione di psicoterapeuti di gruppo in Italia è stato quello di dare altrettanta fondatezza sul piano epistemologico a questo tipo di terapia rispetto a quella individuale, oggi il panorama sociale e globalizzato rilancia ulteriormente il gruppo psicoterapeutico quale opportunità di incontro interpersonale e trasformazione delle relazioni (Koukis, 2016), il che consente di sottolineare la peculiare valenza sociale di questo dispositivo di cura psichica rispetto ad altri.

Inoltre, se un tempo il gruppo poteva essere considerato solo una terapia “più accessibile” per i suoi costi più contenuti, e dunque in qualche misura “secondaria” rispetto a quella individuale, oggi, dato che la sua efficacia clinica è stata dimostrata empiricamente (vedi paragrafo successivo) appare a pieno titolo un’esperienza di cura (e umana) di preziosa rarità sociale. Yalom & Lezscz (2005), fra i fattori terapeutici propri del gruppo, hanno identificato l’”apprendimento interpersonale”, che “si configura come uno dei principali fattori di cambiamento poiché il gruppo diventa luogo di autosservazione in cui il paziente ripropone i modelli interpersonali disfunzionali all’interno di un ‘microcosmo sociale’ che, attraverso il feedback degli altri membri e l’autosservazione, favorisce la consapevolezza del proprio modo di stare in relazione e dell’impatto che questo modo di essere ha sugli altri” (Marogna & Caccamo, 2018). Questo tipo di scambio, che può assumere qualità di grande intimità fra i membri del gruppo, senza limitarsi al livello esclusivamente comportamentale, consente di attraversare un aspetto genuino della socialità umana reso sempre più raro nella vita quotidiana della cultura occidentale. Bauman ha ben espresso queste “ferite” del vivere sociale attuale.

Come già Corbella (2004) aveva sottolineato, la fondazione di un gruppo in un’istituzione produce un effetto terapeutico secondario, nel senso che il gruppo non cura solo i propri partecipanti, bensì l’istituzione stessa poiché promuove una cultura di gruppo al suo interno, che è - per definizione - cultura di dialogo, tolleranza e apertura mentale. Nel gruppo l’incontro con l’altro, con il diverso, con il pregiudizio emerge in tempi brevi e in forme piuttosto dirette, a volte amplificate, rispetto a quanto accade in altri contesti terapeutici. Ne deriva quindi che il gruppo non sia semplicemente un antidoto più evidente alla solitudine esistenziale di chi vive questa difficile condizione fuori dalla stanza di psicoterapia, ma costituisca anche un luogo di allenamento verso una mentalità di accoglienza, di benevolenza verso sé e verso il prossimo e di profondo rispetto delle vicende umane.

In questo senso, come esplicitato nel titolo del paragrafo, si intende il gruppo non solo quale dispositivo terapeutico preciso ma anche quale forma di paracadute sociale, in linea con il filone di studi che evidenzia, fra le finalità dell’intervento psicologico l’identificazione e lo sviluppo di risorse psicologiche stabili nell’individuo così come nei gruppi, la promozione della salute individuale e collettiva e non una mera riproposizione del “modello medico” di intervento, teso a ristabilire uno stato di “normalità” da uno di “malattia” (Bertini, 2007).   

 

Le ricadute sociali della psicoterapia psicodinamica di gruppo: più cooperazione, meno isolamento e autoreferenzialità

Oggi risulta empiricamente dimostrato che il gruppo psicodinamico, quale forma di psicoterapia, funziona (Burlingame, Mackenzie, & Strauss, 2004; Burlingame & Jensen, 2017; Lo Coco, Prestano, & Lo Verso, 2008; Lo Coco & Oieni, 2018).

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