Autostereotipizzazione: Una Questione di Status Sociale

In uno studio recente (Latrofa, Vaes, Cadinu, & Carnaghi, 2010) gli autori hanno dimostrato come la chiave per spiegare questi due meccanismi contrapposti risieda nel diverso status sociale del gruppo di appartenenza. In particolare, confrontando due gruppi con differente status, come le donne (basso status) e gli uomini (alto status), gli autori hanno trovato che solo le donne si autostereotipizzano e che il processo cognitivo sottostante, in linea con la teoria dell’auto-categorizzazione, può essere spiegato in termini di deduzione del sé dall’ingroup (“Io sono come il mio gruppo”; “Io sono come tutte le donne”). Al contrario, gli uomini non tendono ad autostereotipizzarsi e, coerentemente con un meccanismo cognitivo di induzione dell’ingroup dal sé, tendono a proiettare all’ingroup le caratteristiche del proprio sé  (“Il mio gruppo è come me”; “Gli uomini sono come me”), in linea con una strategia egocentrica. Approfondendo ulteriormente tale meccanismo, dai risultati ottenuti è emerso che le donne tendono a descrivere se stesse utilizzando caratteristiche legate allo stereotipo del proprio gruppo (autostereotipizzazione) e sorprendentemente si attribuiscono sia attributi positivi (ad es., l’essere sensibili) che negativi (ad es., l’essere fragili). Quest’ultimo dato è interessante perché dimostra che, differentemente da quanto ipotizzato dalla Teoria dell’Identità Sociale (Tajfel & Turner, 1979) e dalla Teoria dell’Auto-Categorizzazione (Turner et al., 1987), i membri di un gruppo a basso status si autostereotipizzano non solo per il loro bisogno di mantenere un’immagine del sé positiva (Self-enhancement; per una definizione, si veda glossario), ma perché probabilmente ciò permette loro di affermare la propria identità sociale in tutte le sue sfaccettature, anche attraverso gli stereotipi (si veda glossario) negativi.

Perché autostereotipizzarsi

L’autostereotipizzazione sarebbe dunque un processo che interessa specificatamente i membri di gruppi sociali stigmatizzati o a basso status, rispetto ai membri di gruppi ad alto status che, invece, sembrano utilizzare una strategia cognitiva più egocentrica. Ma perché proprio i membri di gruppi a basso status manifestano questa tendenza ad autostereotipizzarsi rispetto a quelli ad alto status?

Partendo da questa domanda, Latrofa, Vaes e Cadinu (2012) hanno ipotizzato che gli individui potrebbero percepire l’appartenenza ad un gruppo di basso status come una minaccia; tale minaccia, a sua volta, potrebbe essere la ragione che li spinge a proteggere la propria identità aumentando la somiglianza con il gruppo, autostereotipizzandosi così maggiormente rispetto ai membri dei gruppi ad alto status. Per testare questa ipotesi, gli autori hanno introdotto una manipolazione sperimentale in cui veniva alternativamente minacciata o protetta l’identità di gruppo di un campione di donne (basso status) e uomini (alto status). A metà dei partecipanti veniva detto che la personalità maschile è caratterizzata da un migliore equilibrio psicologico e migliori abilità sociali, qualità che aumentano la possibilità di ottenere successo nella vita (condizione di Minaccia per le donne/Favorevole per gli uomini). All’altra metà dei partecipanti venivano date le stesse informazioni, ma questa volta attribuite alla personalità femminile (condizione Favorevole per le donne/Minaccia per gli uomini). In accordo con il processo di autostereotipizzazione, dai risultati è emerso che solo le donne (gruppo a basso status) hanno reagito alla minaccia aumentando la loro somiglianza con l’ingroup. Viceversa, gli uomini non si sono autostereotipizzati, nemmeno quando è stata minacciata la loro identità di genere. In linea con le ipotesi, i risultati dimostrano che appartenere ad un gruppo ad alto status, come quello maschile, non è percepito come una minaccia alla propria identità. Al contrario, i membri di gruppi discriminati percepiscono il proprio status inferiore come una minaccia e sono spinti a proteggere la propria identità aumentando, paradossalmente, la somiglianza con il gruppo, quindi autostereotipizzandosi. Anche se sembra contro intuitivo, gli autori concludono che il meccanismo di autostereotipizzazione è una delle strategie centrali per ridurre lo stress che può derivare dall’ appartenenza ad un gruppo discriminato.

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